Le bombe cadono non solo sui campi di battaglia, ma sulle città: su case, scuole, strade. La guerra non è solo militare: è domestica, è dentro le mura, è nelle stanze dove si spera che ‘non accada nulla’. In quegli stessi giorni, a Roma, Ida, una donna sola, con un figlio piccolo, affronta la paura e la fame.
Non è più una storia di eserciti, ma di corpi, silenzi e soprattutto assenze. È la vita quotidiana che si fa Storia e sentiamo il dovere di trasformare la memoria in responsabilità.
Da “La storia” di Elsa Morante.
Con l’avanzare della buona stagione, le incursioni aeree sulle città italiane quell’anno si moltiplicarono, via via piú furiose; e i bollettini militari, per quanto recitassero la parte dell’ottimismo, accusavano ogni giorno distruzioni e stragi. Roma, tuttavia, veniva risparmiata; ma la gente, oramai snervata, e impaurita dalle notizie strane che correvano dovunque, incominciava a sentirsi meno sicura. Le famiglie possidenti si erano trasferite in campagna; e i rimasti (la grande folla) incontrandosi in strada, sui tram, negli uffici, e si guardano in faccia fra loro, tutti con la stessa domanda assurda nelle pupille.
In qualche luogo della mente di Ida, non chiaro alla sua ragione, vi fu in quell’epoca un piccolo rivolgimento brutale, che la rese morbosamente sensibile agli allarmi (già diventati usuali e indifferenti per lei) suscitandole d’un tratto una riserva di energia quasi impossibile. Alla prima voce della sirena, immediatamente era presa da un pánico disordinato, come un meccanismo che corre in folle per una discesa. E sia che si trovasse sveglia o addormentata, in qualsiasi momento, a precipizio si agganciava sul corpo il busto (in cui sempre teneva i suoi risparmi); e, preso in collo Useppe, con una forza nervosa innaturale fuggiva con quel peso giú dabbasso, a cercare salvezza nel rifugio.
Già si sa che Ida, per la poca socievolezza e le scarse occasioni, non aveva mai frequentato i vicini, i quali rimanevano per lei delle figure di passaggio, casualmente incontrate per le scale, in cortile o nelle botteghe. E adesso, a scontrarsi con loro nella tuga e a ritrovarseli d’intorno, mezzo familiari e mezzo estranei, ancora maldesta li confondeva a volte con le folle vociferanti dei suoi sogni appena interrotti.
Nel rifugio, oltre alle solite famiglie di quei pressi, capitava pure gente avventizia: passanti casuali, oppure qualche personaggio senza recapito: accattoni, prostitute da poco prezzo, e trafficanti di borsa nera (coi quali Nino, sempre alla caccia di soldi, intrecciava, in quelle notti, certi minimi commerci misteriosi). Alcuni di costoro, provenienti da Napoli, raccontavano che la città, dai cento bombardamenti che aveva avuto, era ridotta a un cimitero e a un carnaio. Tutti quelli che potevano ne erano fuggiti; e i poveri pezzenti che c’erano rimasti, per ripararsi andavano ogni sera a dormire dentro le grotte, dove avevano portato materassi e coperte.
Perché bombardare case dove abitano civili e non ci sono militari? E’ una domanda retorica a cui gli eserciti rispondono con stanche litanie cui nessuno crede, tranne quelli a cui fa comodo credere: nascondevano basi militari, terroristi, armi.
Noi tutti sappiamo che l’unico scopo è infliggere dolore nella speranza di suscitare ribellione, gioco cinico sulla pelle di persone inermi
La violenza fisica su una donna però non è l’unica violenza che questo mondo impone loro c’è anche il dolore della solitudine, dell’uomo, del figlio o del padre lontano e chissà se ancora vivo, il dolore della separazione. Nell’Italia occupata dai nazisti ha inizio l’orrore delle deportazioni e della soluzione finale
È il 16 ottobre 1943, anche in Italia si assiste a scene brutali già accadute altrove.
Steven Spielberg, 1993
Ida, ebrea, teme di essere scoperta quando, quasi senza accorgersene, si ritrova alla stazione Tiburtina
Da “La storia” di Elsa Morante.
Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferto ai portelli esterni. Secondo il modello comune di quel traspor. A qualcuna di ti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minuscola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle si scorgevano due mani aggrappate o un paio 9ue fissi. In quel momento, non c’era nessuno di guardia al treno
La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza calze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro al corpo. Correva urlando quasi sguaiatamente lungo lafila dei vagoni con una voce quasi oscena: «Settimio! Settimio!… Graziella!… Manuele…. Setti-mio!… Settimio! Esterina!… Manuele!… Angelino!…»
Dall’interno del convoglio, qualche voce ignota la raggiunse per gridarle d’andar via: se no quelli, tornando fra poco, avrebbero preso lei pure: «Nooo! No, che nun me ne vado!» essa in risposta inveí minacciosa e inferocita, picchiando i pugni contro i carri, « qua c’è la mia famiglia!
Chiamateli Di Segni! Famiglia Di Segni! »… «Settimio!!»
Nel momento che Ida si girava per affrettarsi via di là, sui gridi persistenti alle sue spalle si distinse una voce d’uomo che chiamava: «Signora, aspetti! Mi senta! Signora!»
Essa si voltò: era proprio a lei, che si dirigevano quei ri-chiami. Da una delle piccole grate, che lasciava scorgere una povera testa calva con occhi intenti che parevano ma-
lati, una mano si sporse a gettarle un foglietto.
Nel chinarsi a raccattarlo, Ida si avvide che là, spersi per terra lungo i vagoni (dai quali già emanava un odore greve)
c’erano, fra scorie e rifiuti, degli altri simili foglietti accar-tocciati; ma non ebbe la forza di fermarsi a raccoglierne. E nel correre via, si ripose in tasca, senza guardarlo, quel pezzetto di carta scritta, mentre lo sconosciuto dietro la grata seguitava a gridarle dietro dei grazie, e delle raccomandazioni indistinte.
Le donne che allora erano giovani, che non videro la guerra come numeri su una mappa, ma subirono il gelo delle notti, la polvere, le fughe, la fame.
I loro racconti, spesso minimizzati, sono testimonianze preziose. Dialogano con la figura di Ida: personagio letterario, ma incarnazione delle tante che vissero quell’orrore.
Ricordare è un impegno. Quando una donna parla del suo dolore, non chiede compassione: chiede che la verità non venga cancellata.
Nella Germania che cancella l’altra cultura nel fuoco una ragazzina scopre la passione per la lettura sfidando le convenzioni. Saranno le bombe alleate a cancellare il suo sogno
Brian Percival, 2013
*la foto della fabbrica di Schindler è rilasciata in CC-BY da Noa Cafri