Operation Avalanche

Ida e le altre, La Storia e la violenza

Elsa è una giovane donna, un po’ minuta, scrive questo romanzo, “La storia”, intrecciando quasi la propria storia personale con quella del suo Personaggio.

Ida è figlia di una donna ebrea, come Elsa, costretta a seguire e spesso a piegarsi all’evolversi dei tempi, le leggi razziali, la guerra e il mutare di situazioni sempre più estreme e pericolose.

Ida ha un figlio, Nino, un po’ scapestrato, ma soprattutto ne avrà un altro, Useppe, la sua storia si intreccia con quella delle persone che entrano ed escono dalla sua vita, una umanità varia travolta dalla guerra.

il cinegiornale esalta la visione fascista della figura femminile e  celebra l’amicizia italo tedesca cementata dall’entrata in guerra dell’Italia

Il nostro viaggio nell’immaginario del “dopo” comincia con la rappresentazione della società “durante” la guerra. La principale fabbrica dei sogni costruiti del regime fu L’Unione Cinematografica Educativa, l’istituto LUCE, promosso nel 1925 dal Benito Mussolini. Nel  giugno del1927 fu distribuito il primo cinegiornale, che diventerà tra i principali strumenti della propaganda nazionalista e fascista

La guerra arriva sempre attraverso un incontro.
Non con la Storia, ma con una persona: un soldato, una divisa, una lingua diversa. Ida incontra Gunther, un giovane soldato tedesco. Non è una scena di battaglia, ma di prossimità forzata.
La guerra entra in una stanza, in una vita quotidiana.

Un giorno di gennaio dell’anno I94I, un soldato tedesco di passaggio, Gunther, godendo di un pomeriggio di libertà, si trova-va, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma.

Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno del passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare, e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria. […]

Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l’ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l’infi-mo suo grado. Era una semplice recluta dell’ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco.

La donna, di professione maestra elementare, si chiamava Ida Ramundo vedova Mancuso. Veramente, secondo l’intenzione dei suoi genitori, il suo primo nome doveva essere Aida. Ma, per un errore dell’impiegato, era stata iscritta all’anagrafe come Ida, detta Iduzza dal padre calabrese. Di età, aveva trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana. Il suo corpo piuttosto denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, era coperto alla meglio di un cappottino marrone da vecchia, con un collettino di pelliccia assai consunto, e una fodera grigiastra che mostrava gli orli stracciati fuori dalle maniche.

“La Storia” di Elsa Morante

Accanto alla parola letteraria, la memoria reale.

Le interviste a donne che riportano esperienze vissute  in un altro spazio e in un altro tempo: l’incontro con i soldati tedeschi, la convivenza forzata, la paura, a volte l’ambiguità di gesti umani dentro un sistema disumano. Voci diverse, una stessa condizione.
La guerra non come evento lontano, ma come relazione imposta, che segna per sempre chi la subisce.

La paura, lo stupore o spesso la consapevolezza di un donna di non poter fuggire appare agli uomini come un ulteriore lasciapassare alla violenza. Le donne sono le prime vittime di una guerra, non imbracciano un fucile per difendersi, ma accudiscono bambini e anziani, sono sole e senza protezione.

Ida è una donna come tutte le altre, non sa che la porta si aprirà e che il suo destino cambierà per sempre. Ida subirà il destino di tante altre, venute prima di lei e di quelle che ancora purtroppo verranno

Ida Portava anche un cappello, fissato con un paio di spilloncini da merceria, e provvisto di un piccolo velo nero di antica vedovanza; e, oltre che dal velo, il suo stato civile di signora era comprovato dalla fede nuziale (d’acciaio, al posto di quella d’oro già offerta alla patria per l’impresa abissina) sulla sua mano sinistra. I suoi ricci crespi e nerissimi incominciavano a incanutire; ma l’età aveva lasciato stranamente incolume la sua faccia tonda, dalle labbra sporgenti, che pareva la faccia di una bambina sciupatella.

E difatti, Ida era rimasta, nel fondo, una bambina, perché la sua precipua relazione col mondo era sempre stata e rimaneva (consapevole o no) una soggezione spaurita.

E cosí, alla fine è chiaro perché la disgraziata, in un giorno del gennaio 194I, accogliesse l’incontro di quel soldatuccio a San Lorenzo come la visione di un incubo. Le paure che la stringevano d’assedio non le lasciavano scorgere in colui nient’altro che una uniforme militare tedesca. E allo scontrarsi, proprio sul portone di casa sua, in quella uniforme che pareva appostata là in sua attesa, lei credette di trovarsi oggi all’appuntamento terribile che le era predestinato fino dal principio del mondo.

il forastico migratore in transito, che ora s’identificava col suo cuore, senza spiegazione sobbalzò dentro di lei. E svolazzando atrocemente nello spazio snaturato della stanzetta prese a sbattere fra un tumulto vocirerante contro le pareti senza uscita.

Il corpo di Ida era rimasto inerte, come la sua coscienza: senz’altro movimento che un piccolo tremito dei muscoli e uno sguardo inerme di ripulsa estrema, come davanti a un mostro. E in quello stesso momento, gli occhi del soldato, nel loro colore di mare turchino cupo vicino al violaceo (un colore insolito sul continente, lo si incontra piuttosto nelle isole mediterranee) s’erano empiti d’una innocenza quasi terribile per la loro antichità senza data: contemporanea del Paradiso Terrestre! Lo sguardo di lei parve, a questi occhi, un insulto definitivo. E istantaneamente una bufera di rabbia li oscurò. Eppure fra questo annuvolamento tra. spariva una interrogazione infantile, che non si aspettava piú la dolcezza di una risposta; ma lo stesso la voleva.

Fu qui che Ida senza darsene ragione prese a gridate:

«No! No! No!» con una voce isterica da ragazzina immatura.

“La Storia” di Elsa Morante

Il martirio delle donne

La scena della violenza da la Ciociara di Vittorio De Sica https://youtu.be/r2EBBSMGMBA?si=PSP4AKKX4-4NvuCM

Il cinema racconta spesso la violenza sulle donne concessa alle truppe, talvolta solo “ricompensa”, molto più spesso deliberato strumento di umiliazione “Le violenze sono commesse anche a danno degli uomini e dei minori, ma interessano in modo sproporzionato il genere femminile. Queste violenze, in molti casi, sono il risultato di una esacerbata disuguaglianza di genere che preesiste nella società prima delle ostilità e che, quindi, si aggrava con il conflitto e nel post-conflitto.” (Camera dei Deputati, 2016 – “Indagine conoscitiva sulla tutela dei diritti delle minoranze per il mantenimento della Pace e della sicurezza a livello internazionale”)

La ciociara, tratto da un romanzo del marito di Elsa Morante, Alberto Moravia, e diretto da Vittorio de Sica vale a una straordinaria Sophia Loren l’oscar come migliore interprete femminile.

Narra il tragico fenomeno delle “marocchinate”, stupri commessi dalla truppe nordafricane, i goumiers, a seguito degli alleati, proprio nella loro risalita verso il nord dopo lo sbarco di Salerno.

Italiani Brava gente

L’inclinazione alla violenza non conosce distinzioni di nazionalità, ne sono protagonisti tutti i gli eserciti di ogni tempo

Ugo Pirro, sceneggiatore, fu due volte candidato all’oscar, in particolare con il Giardino dei Finzi Contini, dramma della benestante famiglia ebrea ferrarese dei Finzi Contini, la cui vita, sociale e lavorativa, viene stravolta dall’avvento delle leggi razziali

Pirro, nacque, nel 1920, in realtà con il cognome Mattone, in quella che diventerà, solo nel 1929, Battipaglia, una comunità agricola preesistente, elevata a comune dal regime, in continuità con la politica agraria autarchica e la nascita delle città di fondazione

Sarà proprio Ugo Pirro a scrivere il romanzo “le soldatesse”. da cui Valerio Zurlini ricaverà un film, in cui la violenza sulle donne viene esercitata attraverso lo strumento della povertà e della fame, giovani donne condotte a soddisfare i soldati italiani in una Grecia affamata dall’invasione italiana.

L’occupazione italo tedesca determinò la morte di centinaia di migliaia di greci “circa 150.000 vittime per la grande carestia solo nel 1941” (Greekreporter – 2022)

Lo sbarco alleato a Salerno, che seguì l’anticipato annuncio dell’armistizio con gli alleati, trasformò, in poche ore, i soldati italiani in Grecia da occupanti in prede dell’esercito tedesco quando non ne divennero, direttamente o indirettamente, le vittime.

Il dolore di chi perde un figlio

Elsa scrive: «Tutti i dolori del mondo sono uguali, ma quelli delle madri durano per sempre.»

Le madri piangono i figli nel film “le Quattro Giornate di Napoli” di Nanni Loi, 1962, resoconto cinematografico della rivolta di Napoli in concomitanza con l’avanzata Alleata dopo lo sbarco di Salerno del 9 settembre 1943.

La strage dell’Est

Lo sbarco di Salerno doveva, nelle intenzioni degli alleati, allentare la pressione tedesca sul fronte russo, dove già nel gennaio del 1943 l’ARMIR, la spedizione italiana, aveva cominciato il ripiegamento verso ovest. Nele settembre del 1943 si concentravano in Ucraina, lungo il fiume Dnepr, proprio nei luoghi dove oggi si fronteggiano soldati russi e ucraini

La Bielorussia dove è ambientato il film “Come and See” viene riconquistata nel 1944 dai russi.

La violenza cieca dei nazisti, contro gli ebrei in particolare ma in realtà contro le popolazioni delle Russia, trova rappresentazione cinematografica dura e drammatica nel film “Come and see”, un viaggio attraverso gli occhi di un ragazzino che si ritrova testimone dell’eccidio di un intero paese in Bielorussia dove i nazisti hanno imprigionato donne, bambini e uomini non adatti al lavoro in un grande fienile in legno su qui campeggia la scritta “Hier”, “qui”, per indicarne il punto di raccolta. Il fienile, sprangato viene dato alle fiamme e mitragliato.

Sorte atroce la subiscono alcune donne cui viene evitato inizialmente il martirio ma a prezzo di prolungate violenze che il regista non mostra ma sono chiaramente evocate belle scene di guerra. In una scena allegorica il ragazzo preso dalla rabbia comincia sparare su idealmente contro Hitler nella varie fasi della sua vita finché si fermerà all’immagine di lui bambino tra le braccia della madre, incapace di replicare anche contro il “Male” la violenza da egli stesso subita.

I due volti della violenza

La fine della guerra non risparmia dall’applicazione della violenza neppure chi aveva lottato per la libertà, i partigiani e la popolazione si vendicano di anni di sopprusi e ancora una volta le donne sono un facile obiettivo, contro il “Male” la violenza subita si concretizza nella loro umiliazione.

“La tondue de Chartres” (la tosata di Chartres) è il titolo di una delle fotografie più iconiche e drammatiche della Liberazione della Francia nel 1944, scattata da Robert Capa il 18 agosto 1944. Si riferiva a Simone Touseau, una donna di 23 anni di Chartres che fu vittima dell’épuration sauvage (epurazione selvaggia). Come migliaia di altre donne francesi accusate di “collaborazione orizzontale” (relazioni sentimentali o sessuali con soldati tedeschi), Simone fu rasata a zero in pubblico come marchio di infamia e umiliazione. Anche in Italia si verificarono casi di violenza sule donne accusate di collaborazionismo.

(Eure-et-Loir. Chartres, 18 agosto, 1944 (ph.Robert Capa, International Center of Photography / Magnum Photos / Agentur Focus))

La fine della guerra mostra ancora un’altra faccia, la storia di Ilse Koch, moglie di Karl, comandante di Buchenwald  conosciuta anche come “strega di Buchenwald” (“Die Hexe von Buchenwald“), per il suo crudele sadismo nei confronti delle prigioniere (e dei prigionieri )

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