Operation Avalanche

Il Voto della Libertà, 4. Una nazione divisa

Il Nord è occupato dai fascisti e dai nazisti. Le donne lottano sia nel campo civile, sia nel campo politico. Combattono, partecipano ai Gruppi di Difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà (GDD), nati nell’autunno del 1943. Sostituiscono gli uomini (costoro si trovano al fronte) nelle fabbriche. Le staffette, donne partigiane, aiutano i partigiani e i soldati (per quel che concerne gli spostamenti, le armi, i messaggi e i medicinali).  Per mezzo del loro ruolo, mettono a rischio la loro incolumità; nella maggioranza dei casi agiscono alle spalle delle famiglie, per non coinvolgerle.

fotografia di  Patellani, Federico a Milano 12/08/1943 – 19/08/1943

Nella notte del 13 agosto 1943 ben 504 bombardieri inglesi sganciano su Milano 1252 tonnellate tra bombe e spezzoni incendiari: si tratta del più pesante bombardamento subito da una città italiana. Devastazioni ovunque nel centro e nei quartieri periferici. Colpiti tra gli altri il duomo, la galleria, chiese, musei.

Collocazione: Cinisello Balsamo (MI), Museo di Fotografia Contemporanea. archivio fotograficoLombardia Beni Culturali

Nel Centro Italia c’è la la Linea Gustav e della Linea Gotica; le donne vivono in prima persona i combattimenti. Il clima di distruzione le avvolge e le coinvolge. Nelle campagne, allo stesso modo, il ritmo quotidiano è la resistenza. Nelle aree più lontane dal fronte non si percepisce la durezza della guerra

Spiaggia Senigallia (altezza Lungomare Marconi) e Rotonda a mare, cartolina viaggiata, 1943. Archive.org
Giovane donna, 1920-1930, archivio storico Mubat

Nel Sud le donne sono spesso massaie rurali (figure fondamentali per la sopravvivenza e la sussistenza). Questa zona geografica è stata liberata prima dagli Alleati ma, per tale motivo, c’è maggiore povertà, maggiore distruzione, maggiore mancanza di cibo. Sono anni e contesti molto duri. L’occupazione al Sud è più bassa; le donne, tuttavia, trovano il modo di sopperire alla mancanza degli uomini, mediante l’agricoltura e la cura verso le mansioni necessarie quotidiane. I loro ruoli, in quest’area geografica, restano comunque legati in prevalenza alla cultura tradizionale. La

Nell’ambito dello sbarco a Salerno (Operazione Avalanche), la battaglia, avvenuta anche a Battipaglia nel settembre del 1943, ha coinvolto direttamente la popolazione civile. Le donne vivono un periodo drammatico. Battipaglia viene quasi rasa al suolo; i bombardamenti sono costanti. I tedeschi si ritirano, gli Alleati avanzano. Le donne sfollate sono molte; cercano rifugi nelle campagne vicine. Il controllo dei tedeschi sul territorio, durante la ritirata, è stringente: ci sono requisizioni, ci sono violenze. Le donne locali, nel salernitano, vivono nella paura, si nascondono. Lo sbarco degli Alleati, il 9 settembre del 1943, viene visto come una liberazione, ma non è mancata, purtroppo, la violenza, la tensione. Gli Alleati, inoltre, hanno raso al suolo le città. Battipaglia mantiene la coesione interna sociale e civile; è una zona di confine tra due eserciti, ma c’è la resistenza, c’è la lotta per la sopravvivenza. Le donne si preoccupano di trovare il cibo, di aiutare, di ricostruire.

Metropolitan Museum of Art  giovane donna, Sicilia 1890-1900. Archive.org

Una tappa fondamentale della campagna d’Italia[1] (preceduta dal Nord Africa, dalla Sicilia e dalla Calabria, avvenuta nello stesso tempo in Puglia) è, appunto, quella relativa allo sbarco a Salerno. Lo sbarco di Salerno è uno dei più grandi sbarchi anfibi durante la Seconda guerra mondiale, strategico per la conquista di Napoli e del suo golfo. Le operazioni sono guidate dal generale Mark Clark, a capo della V armata e dal generale Bernard Montgomery, il quale conduce l’VIII armata. I due generali stabiliscono una manovra a tenaglia; dividono lo spazio costiero a ridosso delle gole del fiume Sele. L’obiettivo è procedere verso le zone interne del Sele e, per tale motivo, passano anche da Battipaglia ed Eboli. 

Spiega Rosa Alfano, la quale nasce a Eboli, ma vive a Battipaglia: «Fino a 12 anni siamo vissuti a Battipaglia, una via centrale: era molto antica, case vecchie. Poi col bombardamento è stato distrutto tutto, a Battipaglia; tutte quelle case antiche sono state tutte distrutte. Battipaglia è nuova. Pure Salerno è cambiata. Io mi ricordo quanto mi piacevano i tram. Poi andammo in campagna, in una masseria».

Spiega, per quanto riguarda i bombardamenti: «Poi cominciarono i bombardamenti, la notte venivano a mitragliare e quindi in 4 anni siamo stati male. Bombardarono la stazione di Battipaglia: c’era un treno pieno di sacchetti di riso. Mio padre! Tutto per terra nella stazione. Abbiamo mangiato riso per… E gente che correva a prendere questo riso. Siamo sfollati a Campagna, un paesino vicino Battipaglia, lì siamo stati sotto le grotte per due mesi e anche lì morirono un sacco di gente, paesani nostri, perché venne il bombardamento».

In relazione allo sbarco degli Alleati, prosegue: «quando venne lo sbarco tra Campolongo e Spineta, noi stavamo a Campagna, sfollati, quindi poi vennero pure a Campagna, gli americani, davano un sacco di roba ai bambini. Ma gli inglesi bevevano molto, si ubriacavano, bussavano alle porte. Una signora teneva due figlie. Volevano le figlie, le ammazzarono quella notte, quelle povere ragazze. Erano ubriachi. Mentre i tedeschi no, non bevevano. Debbo dire la verità: i tedeschi si sono comportati meglio degli inglesi». 

Continua: «Una volta, il 22 luglio, venne un bombardamento, Battipaglia stava circondata di apparecchi che lanciano bombe. Noi siamo andate un po’ più in mezzo alla strada: non sapevamo dove andare, perché cadevano bombe tutto intorno a Battipaglia, Battipaglia stava in mezzo. Venne un camion con i tedeschi, eravamo io e un’amica mia, ci fecero salire. Io, la paura! eravamo due ragazze! Chissà dove ci portano?! Invece al bivio di Campagna ci fecero scendere. Se erano gli americani… Debbo dire la verità: i tedeschi si sono comportati bene, poi certo, che si sentirono traditi e cominciarono a fare quello che hanno fatto: ammazzare tanta gente. Quando se ne andarono noi stavamo a Campagna, incominciarono a lanciare le bombe, andammo a finire sotto un porticato, mia sorella, i miei fratelli e una zia mia. Vennero i tedeschi. I tedeschi pigliavano i ragazzi e li portavano via. Io non lo so come sono viva! I tedeschi misero i fucili alla gola di mio fratello – o’ Maronna e’ Pumpei! – poi, a un certo punto abbassò il fucile e se ne andò. È vivo per miracolo. Le grida che davano le mamme, perché strappavano i figli, giovani e li mettevano sui camion. Quella fu una nottata tremenda! Adesso parlano di guerre!? Adesso scappano dalla guerra? Ma noi l’abbiamo vissuta».

Testimonianza di  Rosa Alfano (segmento 4, “Lo sbarco degli Alleati”, intero).

Parla, inoltre, delle conseguenze dell’armistizio, dunque del successivo atteggiamento dei tedeschi: «All’armistizio? Venne la fine del mondo! Perché si ribellarono i tedeschi e ce la siamo vista nera con i tedeschi. Quelli erano senza pietà: facevano scavare i fossi ai poveri soldati, poi li ammazzavano e li buttavano nel fosso».

Prosegue: «si sentivano traditi dopo l’armistizio. Quando la radio disse che c’era l’armistizio, noi tutti a ballare, preparavamo quel poco che tenevamo da mangiare, felici che era finita la guerra. Il giorno dopo incominciarono i tedeschi e peggio! Che pigliarono il possesso i tedeschi. C’erano famiglie che stettero sotto una grotta con 4 figli, 4 giorni senza mangiare, che scese il primo figlio che disse: madonna! signora mia! Avete un po’ di pane, almeno per i miei fratellini? Io non tenevo niente, tenevo un sacco di patate, che l’avevo portato da mia madre e gli diedi le patate. Ce la siamo vista ancora più nera quando c’è stato l’armistizio, perché i tedeschi fecero stragi proprio! Avevo 21 – 22 anni; avevo due figli, uno di 2 anni e un’altra di un anno. Mi sono sposata che tenevo vent’anni». Battipaglia, inoltre, a ridosso della guerra, è industrializzata. Con i bombardamenti, il contesto civile viene distrutto; successivamente, tutto viene ricostruito. La geografia sociale cambia, la conformazione dei palazzi, la predisposizione generale.

Gerarda di Cunzolo vive a Olevano sul Tusciano. Suo marito è di Battipaglia, lavora in un tabacchificio. Parla della guerra in questo modo: «Si sentiva la tromba, era la tromba che suonava e dovevamo scappare, dovevamo lasciare il posto dove eravamo e fuggire. Scappavano tutti quanti, chi scappava da una parte, chi scappava da un’altra. Ci nascondevano nei posti dove non ci potevano vedere. Ci stava il posto dove non avevano colpito. Le grotte! Brutte: stavamo tutti insieme, sì, tutti insieme. Ce ne sono stati morti e feriti, ma a noi non lo facevano capire, che eravamo piccoli. L’abbiamo vista nera, l’abbiamo vista nera. È stata una cosa brutta. Poi ci siamo abituati a tenere gli americani qua. Gli americani in casa. I tedeschi erano cattivi, non la facevano buona a nessuno. Se ti acchiappavano ti facevano tutto. E poi sono arrivati gli americani. Gli americani erano buoni, erano tranquilli, ci tranquillizzavano. Mi ricordo che loro correvano davanti e noi gli correvamo dietro». 

Continua il suo racconto: «Io avevo fratelli e sorelle che stavano in America e vennero, vennero e stavano qua, attenti a noi. Sono tornati e sono venuti a casa: Giovanni, Antonio, Lucio. Sono venuti per noi, per papà, per mamma. Non erano troppo chiacchieroni, comunque. Parlavano con gli americani: ci parlavano, ci domandavano chi tenevano in America, chi???? E dopo mi sono sposata, dopo poco che sono venuti gli americani in Italia». Continua: «Mio marito stava in guerra: è stato in Albania, Grecia, si è fatto tutto il periodo della guerra. Io ero di Olevano e lui di Battipaglia». Infine: «Finita la guerra suonava l’allarme: è finita la guerra. Provavo una gioia, che eravamo rimasti assieme con mamma, papà, i fratelli miei».

Molte donne, nella zona di Salerno, vengono riconosciute quali “partigiane combattenti”.  Commovente è la vicenda di Lucia Pisapia Apicella a Cava dei Tirreni, chiamata “Mamma Lucia”, la quale si è preoccupata di seppellire i corpi degli uomini caduti in battaglia, sia appartenenti ai tedeschi, sia appartenenti agli Alleati. “Sono tutti figli di mamma”, dice; ha dato degna sepoltura a 700 corpi. Ogni mattina prega presso quei resti.


[1] Il materiale di riferimento, per quel che concerne lo sbarco a Salerno, è tratto dal sito Mubat; nello specifico si tratta della mostra “The Eighth Army and Salerno”.

Esposizioni collegate

Altre esposizioni