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Il Voto della Libertà, 5. Fascisti, nazisti e alleati

Sono stati già citati i casi di Rosa Alfano e Gerarda di Cunzolo, in merito al rapporto con l’occupazione straniera.

Le donne hanno un ruolo fondamentale nella Resistenza, sono staffette, approfittando dell’inclinazione a non percepire le donne come combattenti, ma imbracciano armi e vanno in montagna, quella che segue, scattata a Milano è una delle foto più iconiche relative alla Resistenza e al contributo delle donne

L’antifascismo

Una costante del periodo tra le due guerre è la lotta al fascismo; ci sono delle cospirazioni.  Carmela Crovetti racconta dei soprusi subiti dalle persone nel proprio paese, Belvì, per mezzo dei fascisti; il paese è frequentato spesso da Emilio Lussu, colui che ha fondato il Partito Sardo d’Azione.  

Alcune donne vengono arrestate; per alcune di loro, la liberazione avviene con la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943 (questo avviene per Maria Lisa Cinciari Rodano). Il fascismo impone: alcuni padri, per mezzo di qualche forma di disabilità, riescono a esentarsi per quel che concerne il servizio militare. Non si aspettano, dunque, nessuna chiamata; non hanno la tessera fascista. Per evitare le sfilate fasciste, talvolta, si esce fuori dal paese con la propria famiglia. Si conoscono, in questo modo, feste e rituali diversi (qualche esempio: il carnevale di Frascati e la festa di s. Rosa a Viterbo). Il caso citato proviene dal racconto di Iole Mancini

È un fenomeno interessante: sfuggire da un evento storico, non affine al proprio ruolo nella storia, non incluso quindi nella propria vita personale e ritrovarsi a conoscere altri pezzi di storia. C’è una relazione con l’antropologia racchiusa in ogni dettaglio storico: nell’ambito delle guerre vengono adottati rituali, meccanismi di difesa contro la realtà; si può pensare alle donne di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, le quali preparano tutto l’occorrente per i figli prima di essere deportati, lavano i bambini e la biancheria, danno loro da mangiare, preparano i giochi. Tali donne svolgono azioni normali, pur avendo la consapevolezza del futuro che le attende nel giorno successivo.

Tina Costa vive un’infanzia travagliata; la sua famiglia è antifascista. È una bambina forte e determinata. A scuola viene emarginata, non viene trattata alla pari degli altri studenti. La sua maestra è molto dura con lei, sostiene ampiamente il fascismo; è un’unica maestra in una classe di trenta bambini. I genitori di Tina vengono maltrattati a causa della loro posizione politica. Il padre viene spesso trattenuto e torturato; la madre cerca di rendere la realtà meno evidente e cruda. Chiede continuamente, a Tina, notizie sui comportamenti che subisce ogni giorno nell’ambito scolastico. Vive questa condizione di oppressione sociale e decide di reagire: non si lascia intimorire. La sua vita politica diventa, con l’avanzare degli anni, molto intensa. Partecipa alla Resistenza. Fa parte del Partito Comunista. Questo è il suo racconto legato all’esperienza del fascismo, durante la sua infanzia:

Video: Tina Costa (segmento 1, “Presentazione”; video intero).

Ermenegilda Berardelli racconta di aver pianto per il regime fascista, per le consuetudini imposte dalla dittatura, quali le divise Piccola e Giovane italiana; il fratello di sua madre viene arrestato e mandato al confino politico.

Testimonianza di: Ermenegilda Berardelli (segmento 2, “Fascismo”; video intero).

Tra tedeschi e alleati

Tra le donne intervistate c’è chi invece parla in maniera positiva del fascismo; tra queste Severina Lubrani, la quale spiega:

Video: Severina Lubrani (segmento 3, “Fascismo”; dal minuto 00:00 al minuto 1:06).

In merito al rapporto con i tedeschi e gi Alleati, le testimonianze sono varie e divergenti su alcuni punti. Maria Teresa Persico definisce gli americani, i quali avevano requisito molti appartamenti a Napoli, molto invadenti. Descrive l’atteggiamento dei tedeschi, invece, severo e distante. Parla, inoltre, del terrore per i bombardamenti da parte dei tedeschi. 

Poi si era liberata Napoli e noi avemmo, mia nonna sempre, ebbe la notizia che stavano, gli americani stavano requisendo tutti gli appartamenti del palazzo, per cui noi tornammo a Napoli; credo che in tutto il palazzo solamente due o tre appartamenti si salvarono, perché poi avevamo un inquilino che finse di abitare, insomma tutta una storia così. E là poi fu molto sgradevole, perché tutto il corridoio condominiale era stato requisito dagli americani, che ne avevano fatto un club, per cui ogni volta che io passavo per arrivare – perché io abito alla fine di questo lungo corridoio – ogni volta dovevamo esibire un passi, perché loro lo facevano per dispetto, poi io ero una ragazza, 17 anni anni, per, come si dice a Napoli, per sfruculiare, insomma. Quello non fu un bel periodo perché poi questi americani, al contrario dei tedeschi che mantenevano la lontananza con molta severità, con molta cosa…erano dei giovialoni, molto invadenti devo dire, molto molto molto invadenti. 

Elena Bernardinelli, con sua madre, ospita i tedeschi in casa, i quali trascorrono la notte lì a Castel Venzago poiché cercano alloggio, per poi partire nuovamente la mattina dopo. I partigiani del suo paese le maltrattano per questa circostanza; vengono portate in prigione, per poi essere liberate il giorno successivo probabilmente dal sindaco, il quale riconosce che le due donne non c’entrano nulla.  

Video: Elena Bernardinelli (segmento 4, “I tedeschi in casa”, intero).

Tra le donne c’è chi, invece, si ritrova dinnanzi a un atto di gentilezza da parte dei soldati tedeschi, in una situazione di tensione piuttosto intensa, quale il momento successivo all’armistizio. È il caso di Fausta Monelli la quale, con un’amica, tenta di tornare da Milano (dove ha sostenuto un esame universitario) a Fermo. Rientrano giusto in tempo, grazie al favore di questi soldati; costoro vengono ospitati a pranzo dalla famiglia di Fausta. Uno dei soldati, commosso, spiega che si tratta del primo pasto caldo ricevuto dopo due anni.  

Video: Fausta Monelli (segmento 4, “L’orrore della guerra”, dal minuto 5:06 al minuto 7:04).

Chi non ebbe scelta se non la fuga, quando fu possibile, furono le cittadine ebree, Italiane o straniere in Italia. Le seconde subito allo scoppio della guerra furono internate nei campi di concentramento italiani, le prime, discriminate dalle leggi razziali del 1938, conobbero spesso la tragedia della deportazione dopo il settembre del 1943 quando lo Sbarco di Salerno spezzò l’Italia in due. Chi riuscì a sottrarsi ai raid degli occupanti nazisti scelse la fuga o, come Sylvia Elfner, si unì alla brigate partigiane.

Discriminazione e Resistenza

Questa coraggiosa scelta non sottrasse Sylvia al peggior destino, mentre accompagnava verso Anzio, dove erano sbarcati gli alleati, il maggiore  Leslie Young, fuggito dal campo di prigionia di Fontanellato, vicino Parma. Il gruppo fu intercettato e le mitragliatrici tedesche uccisero Sylvia, il fratello e un altro partigiano. Il figlio del maggiore Leslie Young, salvatosi in quel frangente, ha ricordato quell’episodio di coraggio e solidarietà, pagato a caro prezzo.

ritratto di Silvia Elfer www.thepartisan.org

Testimonianza di Nicolas Young

[Mio padre] stava viaggiando con un vivace neozelandese di nome Charlie Gatenby e insieme attraversarono le nevi degli Appennini nel gennaio del ‘44 diretti verso il fronte degli Alleati ad Anzio. Dopo aver atteso il Natale in un villaggio chiamato Corvaro, erano ansiosi di completare l’ultima parte del viaggio, ma ovviamente erano in dubbio su quale strada prendere e su come aggirare le pattuglie tedesche e i campi minati. Il diario di mio padre dice solo che incontrarono due italiani, fratello e sorella, e che insieme decisero di provare a passare. In seguito ho scoperto, dalla figlia di Charlie, che la sorella si chiamava Silvia Elfer, e che ci fu un terzo membro italiano del gruppo, il conte Carlo Trevini, che diceva di essere un agente britannico. Se la videro davvero brutta: nella neve e sotto una pioggia gelida, una mitragliatrice tedesca li sorprese mentre attraversavano a carponi un campo minato tedesco, il conte fu colpito a morte. Proseguirono a carponi e mentre raggiungevano la fine di un campo minato americano furono attaccati di nuovo: Silvia fu colpita alla gola. In qualche modo, mio padre e Charlie, che pure fu ferito, riuscirono a farsi sentire. Il fuoco cessò e Silvia e Charlie vennero trasportati di corsa a un ospedale americano, dove tragicamente Silvia morì.” [1]

[1] Storia di Eugenio e Silvia Elfer, Resistenti ebrei d’Italia, CDEC 2022

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