by Maria Tagliento
La vita in esilio durante l’epoca fascista era certamente diversa per ognuno dei confinati, ma la condizione di marginalità, che in un modo o nell’altro spingeva a meditare, accomunava tutti. Le riflessioni che ne derivavano erano varie: c’era chi analizzava il territorio in cui era stato isolato e chi analizzava sé stesso, chi pensava al passato, alla libertà perduta, e chi invece al futuro, continuando a progettare imperterrito la politica del domani.

Apparteneva a quest’ultima categoria Mario Garuglieri, calzolaio fiorentino antifascista e comunista, esiliato nel salernitano nel 1933. La sua (dis)avventura però ha inizio molti anni prima, nel 1921, quando, reduce da una condanna per diserzione (estinta per amnistia alla fine della Grande guerra), Garuglieri fece ritorno a Firenze, dove riprese la sua attività politica all’interno prima del PSI e poi del neonato PCI. Nello stesso anno, a causa della sua fervente operosità politica, fu, come molti altri militanti politici di estrema sinistra, vittima dello squadrismo fascista. L’aggressione avvenne in un giorno di luglio, mentre era nella sua bottega: fu colpito alla testa e successivamente, per difesa, restituì il colpo con un trincetto, ferendo a morte il suo aggressore. Questo offrì al fascismo il pretesto per incarcerarlo e allontanarlo definitivamente dalla politica. Così, la Corte d’Assise di Arezzo lo condannò a 21 anni di reclusione, assolvendo invece gli squadristi.
Grazie a successive dichiarazioni che provarono parte della sua innocenza, Garuglieri scontò solo 12 anni, passando i primi 8 per le carceri toscane di Pianosa e Portolongone, e gli ultimi 4 per quelle pugliesi di Lecce e Turi. Il trasferimento in Puglia si rivelò presto significativo, poiché ebbe l’occasione di conoscere Antonio Gramsci, incarcerato lì dal ’27. Quando poi nel ‘33 fu scarcerato il governo fascista, non contento, applicò alla reclusione ormai conclusa la pena accessoria dell’esilio. Passò così 5 anni ad Agropoli e poi altri 5 a Eboli, dove riprese la sua attività di calzolaio. La sua bottega divenne presto un centro clandestino di discussione politica, fucina dei futuri dirigenti del PCI salernitano.
Nell’ottobre del ‘43, in seguito alla liberazione del Sud Italia, Garuglieri, come tutti gli altri esiliati, poté ritornare alla vita e la politica meridionale, finalmente sciolta dai nodi autoritari del fascismo, rinacque.

Tra tutti i partiti, un ruolo di spicco lo assunse il PCI di Salerno. La sua ricostituzione iniziò per opera di Danilo Mannucci e Ippolito Ceriello, anche loro impegnati da anni, come Garuglieri, nell’organizzazione segreta della politica antifascista. Questi, divenuti entrambi –prima Mannucci e poi Ceriello- segretari di partito, dominavano la scena, mantenendo sempre una posizione di intransigenza “bordighiana” rispetto ai membri che, sotto la spinta di Togliatti, accettavano di buon grado il compromesso tra comunismo, monarchia e il generale Pietro Badoglio. Garuglieri, ormai rappresentante ufficiale del PCI ebolitano, appoggiò da subito questo compromesso e partecipò attivamente ai conflitti che per quasi un anno animarono il Partito.
Alla fine di questo lungo periodo, conclusosi con il I° Congresso del PCI salernitano, prevalse la linea togliattiana. Seguirono così ondate di epurazioni, che estromisero dal PCI di Salerno tutte le personalità non allineate con la nuova ideologia, con un metodo che lo stesso segretario di partito Pietro Amendola definì “assolutamente antidemocratico”. Tra queste troviamo proprio chi, meno di un anno prima, aveva risollevato dalle ceneri il PCI: Danilo Mannucci e Ippolito Ceriello.

Garuglieri, da parte sua, sentì questo compito di “stabilizzazione” come necessario alla sopravvivenza del PCI e sostenne, un po’ al limite del paradosso, quelle stesse dinamiche che per oltre vent’anni avevano danneggiato la sua libertà. Dopo il suo ritorno a Firenze e la sua scomparsa avvenuta nel 1953, infatti, molti furono i dibattiti intorno alla sua figura. Se da una parte fu ricordato dai suoi allievi e dalla successiva dirigenza del Partito come un tassello fondamentale alla ricostruzione del PCI salernitano, dall’altra fu accusato di tradimento, se non addirittura di fascismo. Fondamentali per la comprensione di tale controversia sono il libro “Rosso Pompeiano” di Abdon Alinovi, suo allievo e difensore, e lo scritto di risposta intitolato “Abdon Alinovi e la malinconia nostalgica dello stalinismo togliattiano” di Giuseppe Mannucci, figlio di Danilo Mannucci, escluso e per sempre dimenticato dal PCI.
Bibliografia
A. Alinovi, Rosso Pompeiano
G. Mannucci, Abdon Alinovi e la malinconia nostalgica dello stalinismo togliattiano
Sitografia
https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2460/mario-garuglieri
https://www.centoannipci.it/2021/05/14/garuglieri-il-calzolaio-toscano-amico-di-gramsci-che-rifondo-il-partito-comunista-a-salerno/n
https://www.centoannipci.it/2021/02/15/per-una-storia-del-pci-a-salerno-2-dal-1943-al-1947-dalla-guerra-alla-repubblica-di-ubaldo-baldi/
Life in exile during the fascist era was certainly different for each of the confined, but the condition of marginality, which in one way or another pushed to meditate, brought everyone together. The reflections that resulted were varied: there were those who analysed the territory in which he had been isolated and those who analysed themselves, who thought of the past, of the lost freedom, and those instead of the future, continuing to plan imperturbably the politics of tomorrow.
Mario Garuglieri, a Florentine anti-fascist and communist shoemaker who was exiled to Salerno in 1933, belonged to the latter category. His (dis)adventure, however, began many years earlier, in 1921, when, after a sentence for desertion (extinguished by amnesty at the end of the Great War), Garuglieri returned to Florence, where he resumed his political activity inside before the PSI and then the newborn PCI. In the same year, because of his fervent political activity, he was, like many other extreme-left political militants, a victim of fascist squadrism. The attack took place on a day in July, while he was in his workshop: he was hit in the head and later, for defense, he fired back with a small knife, wounding to death his attacker. This provided fascism with the pretext to imprison him and remove him from politics for good. Thus, the Court of Assizes of Arezzo sentenced him to 21 years imprisonment, instead absolving the squadristi. Thanks to successive declarations that proved part of his innocence, Garuglieri served only 12 years, spending the first 8 in the Tuscan prisons of Pianosa and Portolongone, and the last 4 for those of Puglia Lecce and Turi. The transfer to Puglia was soon significant, because he had the opportunity to meet Antonio Gramsci, imprisoned there since ’27. When in ’33 was released the fascist government, not happy, applied to the imprisonment now concluded the accessory sentence of exile. He spent 5 years in Agropoli and then another 5 in Eboli, where he resumed his activity as a shoemaker. His workshop soon became a clandestine center of political discussion, a forge for future leaders of the PCI in Salerno. In October 1943, following the liberation of southern Italy, Garuglieri, like all the other exiles, was able to return to life and politics in the south, finally freed from the authoritarian knots of fascism.
Among all the parties, the PCI of Salerno played a prominent role. Its reconstitution began by the work of Danilo Mannucci and Ippolito Ceriello, also engaged for years, as Garuglieri, in the secret organization of the anti-fascist policy. These, who became both -first Mannucci and then Ceriello- party secretaries, dominated the scene, always maintaining a position of “Bordighian” intransigence towards members who, under the pressure of Togliatti, accepted willingly the compromise between communism, monarchy and General Pietro Badoglio. Garuglieri, now official representative of the PCI ebolitano, immediately supported this compromise and participated actively in the conflicts that for almost a year animated the Party.
At the end of this long period, which ended with the 1st Congress of the PCI of Salerno, the Togliattian line prevailed. There followed waves of purges, which expelled from the PCI of Salerno all the personalities not aligned with the new ideology, with a method that the party secretary Pietro Amendola himself called “absolutely anti-democratic”. Among these we find those who, less than a year before, had raised the PCI from the ashes: Danilo Mannucci and Ippolito Ceriello.
Garuglieri, for his part, felt that this task of “stabilization” was necessary to the survival of the PCI and he supported, on the edge of paradox, those same dynamics which had damaged his freedom for more than twenty years. After his return to Florence and his death in 1953, in fact, many were the debates around his figure. If on the one hand he was remembered by his students and by the subsequent leadership of the Party as a fundamental piece in the reconstruction of the PCI salernitano, on the other hand he was accused of treason, if not even fascism. Fundamental for the understanding of this controversy are the book “Rosso Pompeiano” by Abdon Alinovi, his student and defender, and the written response entitled “Abdon Alinovi and the nostalgic melancholy of Togliattian Stalinism” by Giuseppe Mannucci, son of Danilo Mannucci, excluded and forever forgotten by the PCI.
La vie en exil durant l’époque fasciste a été certainement différente pour chacun des confinés, mais la condition de marginalité, qui d’une manière ou d’une autre poussait à la réflexion, les a tous rapprochés. Les réflexions qui en ont découlé ont été diverses : certains ont analysé le territoire dans lequel ils avaient été relégués, d’autres se sont interrogés sur eux-mêmes ; certains ont pensé au passé, à la liberté perdue, tandis que d’autres se sont tournés vers l’avenir, continuant à élaborer avec ténacité la politique de demain.
Mario Garuglieri appartenait à cette dernière catégorie. Cordonnier florentin, antifasciste et communiste, il a été envoyé en exil dans la région de Salerne en 1933. Son parcours, cependant, a commencé bien des années plus tôt, en 1921, lorsqu’après une condamnation pour désertion (éteinte par amnistie à la fin de la Première Guerre mondiale), il est retourné à Florence, où il a repris son activité politique, d’abord au sein du PSI (Parti socialiste italien), puis du nouveau PCI (Parti communiste italien). La même année, en raison de son intense engagement politique, il a été, comme de nombreux militants d’extrême gauche, victime des violences du escouades fasciste. L’agression a eu lieu un jour de juillet, alors qu’il se trouvait dans son atelier : il a été frappé à la tête et, en se défendant, il a riposté avec un tranchet, blessant mortellement son agresseur. Cet épisode a offert au régime fasciste un prétexte pour l’emprisonner et l’écarter définitivement de la vie politique. La cour d’assises d’Arezzo l’a ainsi condamné à 21 ans de réclusion, acquittant en revanche les membres des escouades.
Grâce à des témoignages ultérieurs ayant partiellement établi son innocence, Garuglieri n’a purgé que 12 ans de peine, passant les huit premières années dans les prisons toscanes de Pianosa et de Portolongone, puis les quatre dernières dans celles de Lecce et de Turi, dans les Pouilles. Ce transfert s’est rapidement révélé déterminant puisqu’il a eu l’occasion d’y rencontrer Antonio Gramsci, incarcéré là-bas depuis 1927. Lorsqu’il a été libéré en 1933, le régime fasciste, non satisfait, a appliqué à sa peine une mesure supplémentaire : l’exil intérieur. Il a ainsi passé cinq ans à Agropoli, puis cinq autres à Eboli, où il a repris son activité de cordonnier. Son atelier est rapidement devenu un centre clandestin de discussion politique, véritable foyer de formation des futurs cadres du PCI dans la région de Salerne.
En octobre 1943, à la suite de la libération du sud de l’Italie, Garuglieri, comme tous les autres exilés, a pu reprendre une vie normale, et la vie politique méridionale, enfin libérée des contraintes autoritaires du fascisme, a renaît.
Parmi les différents partis, le PCI de Salerne a joué un rôle de premier plan. Sa reconstitution a commencé grâce à l’action de Danilo Mannucci et d’Ippolito Ceriello, eux aussi engagés depuis des années, comme Garuglieri, dans l’organisation clandestine de l’opposition antifasciste. Devenus successivement secrétaires du parti – d’abord Mannucci et puis Ceriello -, ils ont dominé la scène politique locale, maintenant une position d’intransigeance « bordiguiste » face à ceux qui, sous l’impulsion de Togliatti, acceptaient le compromis entre communisme, monarchie et le général Pietro Badoglio. Devenu représentant officiel du PCI d’Eboli, Garuglieri a soutenu dès le départ ce compromis et a participé activement aux tensions internes qui ont animé le parti pendant près d’un an.
À l’issue de cette période, conclue par le premier congrès du PCI de Salerne, la ligne de Togliatti s’est imposée. Des vagues d’épuration ont suivi, excluant du PCI de Salerne toutes les personnalités non alignées sur la nouvelle orientation, selon une méthode que le secrétaire du parti Pietro Amendola lui-même a qualifiée d’« absolument antidémocratique ». Parmi les exclus figuraient précisément ceux qui, moins d’un an auparavant, avaient contribué à reconstruire le parti : Danilo Mannucci et Ippolito Ceriello.
Garuglieri, de son côté, a considéré ce processus de « stabilisation » comme nécessaire à la survie du PCI et a soutenu, de manière presque paradoxale, des dynamiques qui, pendant plus de vingt ans, avaient compromis sa propre liberté. Après son retour à Florence et sa mort en 1953, de nombreux débats ont entouré sa figure. D’un côté, il a été célébré par ses élèves et par la direction du parti comme un acteur fondamental de la reconstruction du PCI dans la région de Salerne ; de l’autre, il a été accusé de trahison, voire de sympathies fascistes. Pour comprendre cette controverse, il est essentiel de se référer à l’ouvrage « Rosso Pompeiano » d’Abdon Alinovi, son élève et défenseur, ainsi qu’au texte de réponse intitulé « Abdon Alinovi e la malinconia nostalgica dello stalinismo togliattiano » (« Abdon Alinovi et la mélancolie nostalgique du stalinisme togliattiste ») de Giuseppe Mannucci, fils de Danilo Mannucci, exclu et longtemps oublié par le PCI.
Traduction par Asja Vergati